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Il Pensativo
Sipario 2

– 1 settimana

Posted on 5 Febbraio 202610 Febbraio 2026

Quest’anno vi aspetta un San Valentino di sangue.

Trama del quarto racconto:

Un uomo si affaccia da un ponte con un fagotto in mano. Dentro c’è un neonato, suo figlio, il figlio di Vesna.

Estratto:

Soffio, palloncino, scoppio.

Una Big Babol. Una stramaledetta, appiccicosa, gomma da masticare.

Era quello il suo primo ricordo: l’odore chimico della fragola, finto, stucchevole. Aveva quasi tre anni e il mondo intero si riduceva a quella bolla elastica che si gonfiava tra le labbra di suo padre. Aurelio rideva, una risata di pancia, pura, mentre aspettava l’esplosione. Doveva essere un ricordo felice e invece si era trasformato in un incubo. La sua memoria aveva imprigionato un’immagine di morte che lo avrebbe tormentato per tutta la vita.

Soffio, palloncino, scoppio.

Anche il papà rideva. Una risata grassa, complice. Ma poi il suono era cambiato; non più uno scoppio, ma un risucchio umido. Il papà aveva perso il controllo del chewing gum che era schizzato in gola.

La gomma si era fermata, non era andata giù, si era appiccicata alla faringe e il papà aveva cominciato a impallidire. Il gioco stava finendo, ma Aurelio ancora non l’aveva capito.

Aveva visto il volto del padre cambiare colore, il rosa della pelle virare al grigio. Lo aveva visto ficcarsi due dita in bocca, ma aveva continuato a ridere e battere le mani: «Bravo papà, fallo ancora,» pensando che fosse tutta una pantomima, il gioco buffo di un padre che vuole intrattenere il figlio. Come il mago che tira fuori dal cilindro il coniglio, lui avrebbe estratto dalla bocca un palloncino gigante.

Invece l’aria aveva smesso di passare. Il papà aveva scavato, ravanato nella carne molle, le unghie che graffiavano la lingua, la saliva che colava densa sul mento. Si era accasciato, aveva scalciato, aveva allungato una mano verso di lui. Non era una carezza, era una richiesta d’aiuto, incomprensibile per un bambino di quell’età. Un ultimo fischio, sottile, disperato, e poi tutto si era fermato.

Aurelio era restato lì, nel silenzio che aveva inghiottito le risate, da solo con il padre morto e con quell’odore di fragola sintetica. Per quanto tempo era rimasto così? Minuti? Ore? A quell’età il tempo non esiste, è un’astrazione priva di misura. Poi era tornata la mamma. Il suo urlo disperato aveva spezzato l’incantesimo e da quel momento Aurelio aveva smesso di ricordare, la sua memoria si era spenta lì, in un buio misericordioso.

Nei suoi sogni però, ogni tanto Aurelio rivive la scena. Suo padre è ancora sul tappeto, ma si muove, si tira su a scatti con le articolazioni che scricchiolano. Poi si infila tutta la mano in bocca, fino al polso e inizia a tirare fuori filamenti di gomma da masticare, lunghi, viscidi, infiniti.  Sembrano intestini rosa, lucidi di saliva e bile. Si avvicina ad Aurelio, lo sovrasta e mentre gli preme quella massa appiccicosa sulla faccia, sigillandogli naso e bocca, con un gorgoglio soffocato gli dice: «Hai visto? È tutta colpa tua e delle tue fottute Big Babol.»

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